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| Sono Giuseppe Ingarao, il papà di Locanda Garibaldi. Nel 1958 inizia la mia storia Nell'anno in cui mio padre Nunzio, a soli 39 anni morì, in seguito ad un infarto. Mia madre Carmela, di un anno meno, rimase con due bambini : Giuseppe di sei anni e Filippo di tre. Donna straordinaria, ebbe la forza di partire da quella Sicilia che, in quegli anni, non offriva molto. Con l'aiuto di Dio, il lutto nelle vesti e nel cuore, abbracciati i suoi figli per rafforzare il coraggio, con valigie di cartone e scatoloni legati con corde, prese il treno che la portava da Palermo a Luino, al confine con la Svizzera. Dopo un viaggio durato ben 26 ore, nel treno La Conca d'oro, affollato all'inverosimile,arrivammo alla Stazione Centrale di Milano: c'era un caos infernale. Un signore gentile, che parlava una lingua che non capivo, ci aiutò a caricare le nostre cose: era uno dei tanti facchini della stazione. Mia madre, in lacrime e stanchissima, con noi figli per mano, seguiva velocemente in mezzo alla folla quell'uomo che, di tanto in tanto, si voltava a guardarci. Ci accompagnò all'autobus che ci avrebbe portato alla Stazione Garibaldi. Arrivati all'autobus, ci aiutò a caricare il tutto, e mia madre mi diede il portafoglio,chiedendomi di essere io,a pagare quel signore tanto premuroso e gentile. Tuttavia, quando gli chiesi : - quanto le devo?- mi rispose, ma non lo capii : - Nagot, nagot,và ben inscì - aggiungendo poi -non devi pagarmi niente, ciao. Buona fortuna! E stai vicino alla tua mamma! - Era tarda sera, pioveva. Arrivati a Luino con un treno accelerato (che non arrivava mai),mia madre si era sporta dal finestrino da un po', cercando con gli occhi stanchi, ma speranzosi, di vedere mio zio Carmelo (suo fratello), che abitava lì da qualche anno. Ma ad aspettarci non c'era nessuno. Leggevo la disperazione negli occhi di mia madre: avrei fatto qualunque cosa per aiutarla. Scaricati i bagagli e con il mio fratellino addormentato, andai verso l'uscita di quella stazione buia e deserta, in cerca di non so che. Appena fuori dalla stazione , trovai un signore robusto, appoggiato ad una grande automobile nera, al riparo di una tettoia. - Buonasera! - dissi - Conosce mio zio Carmelo? - - Carmelo chi? - mi domandò. Pensai per un attimo fra me e me: fratello di mia madre, quindi il cognome di mia madre. - Garofolo Carmelo! - dissi. - Ah! Ul Carmelo! - rispose. - E tu cosa fai, qui? Dov'è la tua mamma? - mi chiese. - Siamo arrivati adesso da Palermo, dobbiamo andare da mio zio, ci aspetta! - Caricammo tutto sull'automobile: era un taxi, una Mercedes nera. Arrivati, ci aiutò a portare tutto su, fino al terzo piano, attraverso una scala a chiocciola quasi esterna al caseggiato. Era un uomo abbastanza appesantito, ricordo che fece molta fatica. Salutò mio zio (che già conosceva) e mia madre, che baciò sulla guancia, dopo di che scese. Lo accompagnai ringraziandolo, come mi aveva raccomandato la mamma. Chiesi : - quanto le devo? - - Nagot, và bene così! Sono un amico del tò zio, ciao, fa ul bravo! - mi rispose. Questa prefazione è importante per capire il perché della nascita della Locanda Garibaldi, 24 anni dopo. Nel 1982, anno del centenario della morte di Giuseppe Garibaldi, su vari giornali, molti articoli parlavano dell'eroe dei due mondi. Tra i tanti, La Prealpina (giornale della Provincia di Varese) diede rilievo alla visita di Garibaldi ad Induno Olona, in quella che, alla fine dell' Ottocento, era stata una locanda dove egli fu ospite nel 1848 e nel 1859. Si leggeva che, alla fine del 1981, il proprietario di quel tempo, per malattia, avesse chiuso quel locale che da sempre era stato un'istituzione e si aggiungeva che, gli indunesi avrebbero voluto che si riaprisse, quello che da anni, si era chiamato Albergo Centrale. Il giornale precisava che niente mai avesse ricordato il passaggio di Garibaldi con una scritta, una targa o altro ancora, (così com'è accaduto in molte parti d'Italia) perché si diceva che le truppe garibaldine avessero saccheggiato il Paese. La verità è che fu macellato un asino per poter sfamare le truppe, nient'altro, ma come spesso accade: vox populi, vox dei. A quel tempo facevo l'impiegato. Un mio subalterno, leggendo l'articolo di quella Prealpina, mi invitò in maniera un pochino ruffiana, a considerare la possibilità di essere io a riaprire quella locanda. Era risaputa la mia conoscenza della buona tavola come fatto culturale, cosa che fin da bambino avevo usato come chiave di lettura, per capire e relazionarmi meglio con gli altri. Da quel momento, quella possibilità diventò un tarlo. Un mio collega, che conosceva il proprietario di quell'albergo centrale, ancora più emozionato di me, organizzò l'incontro. Mia moglie Mirella, che sarebbe diventata l'artefice più importante, non sapeva assolutamente nulla Mi ricordai della Stazione Garibaldi, del primo giorno di scuola, quando intorno alle 11,00, la maestra, la signorina Sculli Luisa, ci disse: - Bambini, esco un attimo a comperare il pane, fate i bravi, nel frattempo realizzate un bel disegno libero, quello che volete!- Disegnai Garibaldi di spalle, a cavallo, era segno del destino! Alcuni mesi dopo quel giorno di aprile dell'anno 1982, con mia moglie Mirella, che all'inizio era chiaramente intimorita, (ma poi compagna ideale da sempre, nel mio viaggio) e nostro figlio Alessandro ancora piccino che per noi rappresentava la forza di crederci, ebbene, con tanta emozione e determinato, affrontai ogni problema che si presentava nuovo per me Ed ecco che, da quei primi passi in terra di Lombardia, lontano dalla mia Sicilia, con le braccia aperte fino a slogarmi le spalle, ringraziando chi mi aveva accolto con affetto, nasce per amore solo per amore Locanda Garibaldi che vuole, oltre che regalare momenti di spensierata serenità, provare a fare, di questa nostra splendida enogastronomia italiana, un tutt'uno indivisibile. Siate sempre graditi ospiti, benvenuti nella mia famiglia Giuseppe Ingarao |
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